Forum 22: Viva il latino

Viva il latino

Storie e bellezza di una lingua inutile

 

di Paolo Fai

 

Se il mercato editoriale sta proponendo una messe di libri che perorano la causa del latino e del greco, non è certo un caso. È infatti in corso una disputa assai vivace, nel mondo della cultura e della scuola, tra chi sostiene il ridimensionamento curricolare delle due discipline che configurano il Liceo classico italiano come un “unicum” nel panorama scolastico europeo (altrove, soprattutto nei Paesi dell’Europa del Nord, già da anni, sono subentrati corsi più generici di “civiltà classica” o “civiltà antica”) e chi invece sostiene perfino di potenziarlo.

 

A questo secondo gruppo ascriveremo senz’alcun dubbio Nicola Gardini, professore di Letteratura italiana e comparata all’Università di Oxford. È il suo recente libro che, già nel titolo, dimostra da che parte Gardini sta: «Viva il latino – Storie e bellezza di una lingua inutile», Garzanti 2016, pp. 237. E viene da immaginare un corteo di manifestanti, che innalzi cartelli e gridi quello slogan per una scuola che punti sulla vitale e “lunga durata” di una lingua, definita morta solo nella vulgata popolare. Gardini smonta il facile congegno di quella banale frase fatta, che nasce dalla pervicace convinzione che le lingue vive siano quelle fondate sull’oralità, sul commercio verbale tra parlanti. «Il latino è vivo – sostiene Gardini –, ed è più vivo di ciò che diciamo all’amico al bar o alla fidanzata mediante il cellulare – comunicazione di cui non resta alcuna traccia», perché «non basta che il parlante sia vivo perché si possa dire viva la sua lingua. Viva è la lingua che dura e che produce altra lingua, che è appunto il caso del latino».

 

Gardini non si riferisce tanto alle lingue romanze, nate dal latino parlato, quanto al latino che, «“in quanto letteratura” ha stimolato la creazione di altra letteratura». È stato infatti il latino letterario a creare la “tradizione” letteraria (non solo italiana), sicché «Dante non avrebbe mai composto la “Commedia” senza il precedente dell’“Eneide”; né Machiavelli “I discorsi sopra la prima deca di Tito Livio” senza quello della storia di Livio; né Castiglione “Il libro del cortegiano” se non avesse assunto a paradigma il “De oratore” di Cicerone». E, senza Seneca, ci sarebbero stati gli «Essais» di Montaigne e le tragedie di Shakespeare?

 

Gardini racconta con passione contagiosa la storia della lingua latina attraverso l’analisi delle forme, sempre diverse e sempre originali, che essa ha assunto nelle opere dei poeti e degli scrittori più significativi, da Ennio ad Agostino. Mentre, obbligati a vivere in un infinito presente, rischiamo la cancellazione della memoria, della cognizione del nostro passato, della nostra identità, «Viva il latino» si erge come solido antemurale contro gli attacchi che questo nostro tempo di esplosione tecnologica, in combutta coi poteri economici e politici, sferra senza posa alla funzione educativa degli studi umanistici. Che, da qualche tempo, hanno anche ‘nemici interni’, che hanno abiurato alla convinzione che «attraverso lo studio amoroso dell’antichità, il presente scopr[a] la sua stessa storicità e tent[i] di istituzionalizzarsi come resistenza alle forze disgregatrici del tempo mediante un perfezionamento morale e linguistico dell’individuo».

 

Non è allora senza significato che Gardini, nel primo capitolo, intitolato “Una casa”, scriva che il suo libro «si rivolge prima di tutto ai giovani delle scuole, ragazze e ragazzi, i quali più di chiunque cercano di trovare un senso in quello che fanno e vedono». Ma anche le persone adulte di buon senso (quello che, secondo Manzoni, «se ne sta nascosto per paura del senso comune» – erano pochi ad avere buon senso e a restare immuni dall’isteria collettiva che addossava agli “untori” la responsabilità della peste) troveranno assai utili quelle pagine per scoprire o riscoprire la “bellezza di una lingua inutile”.

 

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Siracusa 26 maggio

 

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